Istituto di Ricerca Storica e Documentazione sul lavoro e sulla religiosità a Napoli

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La rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.15

Puntata n.15

La ricerca dell’immortalità nel Museo Archeologico di Napoli

2 La Bella Morte nell’Odissea

 

È nell’Odissea, il poema dell’uomo e non delle armi, che la prospettiva eroica della bella morte muta di segno. Quando Odisseo incontra Achille negli inferi, il figlio di Peleo non è più felice della sua scelta e preferirebbe essere l’ultimo degli schiavi di uno zotico infelice in un letamaio, ma vivo, piuttosto che Achille morto. La morte concede si gloria, ma anche l’anonimato a cui costringe l’essere vacue ombre. Gli antichi greci e romani, infatti, non credevano nella possibilità di una ricompensa dopo la morte: l’Aldilà era un luogo buio, a cui si accedeva necessariamente dopo la sepoltura e in cui ognuno permaneva per sempre, anche se in vita aveva compiuto grandi imprese. Le azioni eroiche contavano solo rispetto al ricordo che esse lasciavano tra i vivi. Consiste dunque in questo la “rivoluzione” cristiana, cioè nella creazione di un “oltretomba” molto più complesso, la cui legge fondante è quella “del contrappasso”: ad ogni azione corrisponde una posizione diversa all’interno dell’Aldilà.

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Foto: Odisseo e Achille a Sciro, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.14

La Ricerca dell’immortalità nel Museo Archeologico di Napoli       
1 La statua dell’Ercole Farnese 

All’interno della collezione Farnese conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli spicca il possente Ercole Farnese, uno dei simboli della ricerca dell’uomo verso l’immortalità. Il semidio qui ritratto, tuttavia, appare in una posa dimessa e non rispecchia sul piano iconografico l’immagine dell’eroe impegnato in un’impresa o una battaglia, educato all’ideale tutto greco dello scambio tra la vita e la Gloria che supera la morte e dà l’immortalità. Ercole infatti non è rappresentato al culmine del suo vigore, in attività, durante una delle sue fatiche, ma alla fine dell’ultima, la conquista delle mele delle Esperidi. Ha lo sguardo basso e la bocca dischiusa e lo stesso premio che gli garantirà l’immortalità, cioè i pomi, non sono in primo piano, non sono ostentati dall’eroe, ma nascosti dietro la schiena. La scelta di un’iconografia così inaspettata si spiega se contestualizziamo la statua nel periodo in cui essa fu inizialmente scolpita. La scultura napoletana viene da Roma ed è del II-III sec. d.C., ma è in realtà copia di un originale collocabile tra la fine dell’età classica e i primordi di quella ellenistica. Lo scultore era Lisippo, autore di un nuovo tipo di ritratto per Alessandro Magno. L’età ellenistica è un’epoca di transizione: le città-stato greche perdono la loro autonomia e finiscono sotto il controllo dei Macedoni. Per questo anche Ercole è rappresentato diversamente rispetto all’età classica: a riposo, mentre riflette sulla fragilità della sua esistenza, sul senso stesso della sua impresa. È chiara l’influenza delle filosofie ellenistiche, innanzitutto di quella epicurea, che stava appena nascendo ad Atene e si diffonderà molto in Campania. Fu infatti la scuola epicurea a portare per la prima volta all’attenzione dell’uomo la riflessione sulla caducità della vita e sulla morte, non più vista come garante di immortalità. Una lezione sia per una “leggenda vivente” come Alessandro, che lasciò la sua impresa incompiuta e senza eredi, sia per Ercole, figlio di Zeus, destinato tuttavia ad una esistenza dolorosa e ad una morte sofferta.

Ercole Farnese

Foto: Ercole Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.12

Puntata n. 12

LA FARFALLA E LE ORECCHIE DEL “MEMENTO MORI”

Nella puntata precedente abbiamo parlato della cultura del I secolo dopo Cristo, la cultura ellenistica, come di una cultura di transizione in cui convivono culture diverse; alcune tendono a scomparire, altre ad affermarsi, tutte sono aperte alla contaminazione. Due sono gli orientamenti culturali dominanti: quello epicureo e quello stoico.
Dopo questa premessa veniamo alla farfalla che, in genere, rappresenta l’anima, nell’antichità la psiche.
Nell’interpretazione tradizionale del mosaico è la parte immateriale dell’uomo condizionata dalla ruota, cioè dalla Fortuna, che può andare sia in direzione della povertà che della ricchezza.
Accanto a questa lettura di stampo epicureo, che abbiamo visto, nella puntata n. 10, caratterizzare la cena di Trimalcione, noi riteniamo giusto porre anche quella di stampo stoico, che è l’opposto di quella epicurea: l’anima che nel mosaico è posta sopra la ruota rappresenta un invito a vivere una vita che prescinda dalla fortuna, che caratterizza le vicende materiali della quotidianità.
Anche sulla interpretazione della presenza delle orecchie ci atteniamo all’insieme delle culture dell’epoca.
Plinio nella sua Naturalis Historia ci dice che nella parte bassa dell’orecchio era collocata la sede della memoria. La presenza delle orecchie è dunque un riferimento al “vissuto” del teschio, cioè al ricordo della vita che concretamente ogni individuo ha trascorso e che viene livellato dalla morte.
Ma l’orecchio è anche uno dei simboli del rapporto con il divino. Lo troviamo in tante religioni, dall’antico Egitto al buddismo. Anche per Plinio dietro l’orecchio dovevano essere deposte le richieste agli dei. È l’epoca in cui nel Mediterraneo avanza la cultura giudaico cristiana, che è una cultura dell’ascolto. Ascolto della Parola del Signore, invocazione del fedele: “ascoltaci Signore” o “porgi l’orecchio Signore”.

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Foto: orecchie egiziane; un bronzo napoletano moderno della Dea Fortuna ad opera di P. Uccello.

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.11

Puntata n. 11

Il “memento mori” del Museo Archeologico di Napoli.
Una livella tra bastoni e scettri, farfalle e orecchie. Una simbologia complessa.

Nella parte alta del mosaico c’è la livella da cui parte il filo di piombo che regge il teschio, cioè la morte.
Sotto il teschio c’è la ruota, allegoria della Fortuna. A destra e a sinistra dei bracci della livella si scorgono, rispettivamente, i simboli della povertà – bisaccia, bastone da mendicante e mantelli – e quello della ricchezza e potere – scettro porpora e corona.
Fin qui una simbologia inequivocabile: la fortuna può pendere verso la povertà o verso la ricchezza, ma alla fine tutto viene inevitabilmente livellato dalla morte.
Tra il teschio e la ruota notiamo però una farfalla e qui c’è una qualche difficoltà che diventa smarrimento di fronte alla constatazione che il teschio ha le orecchie.
Le interpretazioni di questi simboli e la loro collocazione nel mosaico sono state e sono tante. Noi tralasciamo quelle esoteriche che, in questa fase di darktourism imperversano, e ci atteniamo alla cultura del periodo in cui l’opera fu realizzata. La cultura del I secolo dopo Cristo; la cultura ellenistica; una cultura di transizione.
È così che emerge con semplicità e forza un legame che c’è a Napoli tra la simbologia del mondo antico e quella della nostra epoca. Appare naturale quindi chiudere questa puntata del nostro saggio con la poesia di Totò “A livella” dove si esprime anche uno dei tratti che caratterizzano il dark napoletano: umanità e ironia.

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Vi diamo appuntamento a venerdì prossimo quando parleremo della farfalla e delle orecchie nel “memento mori”.

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.10

Puntata n. 10

Se come abbiamo visto nella puntata n. 9 l’espressione “memento mori” ha origine politico militare, il tema dell’ineluttabilità della morte fu affrontato innanzitutto in contesti che rimandano al simposio, in particolar modo dai poeti lirici greci, intenti a comporre poesie per intrattenere i “compagni” di banchetto. A darvi una lettura filosofica, però, fu soltanto la scuola epicurea, che a Napoli e in Campania ebbe molti seguaci: a Ercolano sorgeva il cenacolo di Filodemo di Gadara e a Posillipo insegnava Sirone, che poteva vantare tra i suoi alunni Virgilio e Orazio.

Non è quindi un caso che una versione accuratamente parodiata del simposio e degli argomenti ivi affrontati sia ambientata in una città della Magna Grecia come Napoli o Pozzuoli. Parliamo del celeberrimo episodio della Cena Trimalchionis, incluso nel Satyricon di Petronio.

Il personaggio che dà il nome all’episodio, il ricchissimo liberto Trimalchione, offre un lauto banchetto agli invitati, un vero e proprio spettacolo di portate incastonate l’una nell’altra. Nel bel mezzo della cena, nella sala entra un servo del padrone recante per lui uno scheletrino d’argento. Alla vista del giocattolino, Trimalchione intona un lamento: “Ahimè, poveri noi, come si riduce ad un bel nulla l’omuncolo tutto intero! Così diventeremo tutti, dopo che l’Orco ci avrà rapito. Perciò viviamo la vita, finché siamo vivi e vegeti”.

Lo scheletrino d’argento servito a Trimalchione esisteva davvero nell’antichità. Esso prendeva il nome di larva convivialis ed era uno dei numerosi esempi di oggetti-simbolo mostrati nei banchetti, al fine di ricordare agli invitati il termine della vita.

Nel Seicento il “memento mori” ritornerà centrale nell’iconografia della morte a Napoli.

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foto: mosaico romano con scena di banchetto.

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.9

Puntata n.9

IL MOSAICO POMPEIANO DEL “MEMENTO MORI”

Uno dei mosaici pompeiani più interessanti, per la curiosità che suscita la sua complessa simbologia, è il cosiddetto mosaico del “memento mori”, conservato al Museo Archeologico di Napoli.
Proviene da una residenza con bottega ed era collocato nel triclinium estivo, la sala dove si svolgevano i banchetti. Era infatti durante il simposio che, sin dall’età arcaica greca, i poeti cantavano il rapporto tra la vita e la morte. Lo scheletro, del resto, faceva parte di un’iconografia molto impiegata nei mosaici, in particolar modo del I sec. a.C., e rispecchiava in chiave simbolica la riflessione sulla caducità della vita e sul godimento dei piaceri, temi entrambi alla base della filosofia epicurea molto diffusa nella Campania antica.
Il nome assegnato al mosaico rimanda alla famosa espressione latina “memento mori”. Essa nasce nel contesto politico/militare romano. Infatti durante i trionfi che i consoli prima e gli imperatori poi celebravano, partendo dal Campo Marzio per arrivare fino al Campidoglio, uno schiavo (quindi un uomo la cui condizione di vita era esattamente opposta a quella del comandante) sussurrava all’orecchio del trionfatore: “Guarda dietro di te! Ricordati che devi morire!”.

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(in foto: il mosaico pompeiano del “memento mori”; un’immagine di trionfo su una delle coppe argentee di Boscoreale)

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.8

Puntata n.8

LA PERDITA DELL’ALTRO NEL TEATRO NAPOLETANO CONTEMPORANEO

Il mito di Orfeo e Euridice ritorna nel testo teatrale di Valeria Parrella, autrice e drammaturga napoletana, che nel 2015 ha messo in scena “Assenza. Euridice e Orfeo” al teatro Bellini di Napoli.

Nel riadattamento della Parrella è Euridice la vera protagonista (è infatti la prima ad essere nominata nel titolo) ed è proprio lei a indurre Orfeo a voltarsi.
“Se mi ami, devi guardarmi”, gli sussurra.

La ninfa compie così un estremo gesto d’amore fornendo ad Orfeo la possibilità di gestire il lutto affrontando e accettando la realtà. Solo il dolce ricordo è concesso, non oltre, perché la vita, essendo vita, non può aggrapparsi alla morte per sanare un vuoto.

Il vero dolore non sta nel provare mancanza, ma nel metabolizzare e continuare a vivere. Orfeo, infatti, non potrà che commentare: “La morte è questione di chi resta, non di chi parte”.

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foto: Valeria Parrella; una scena dallo spettacolo “Assenza. Euridice e Orfeo”

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.7

Puntata n.7

IL MITO DI ORFEO ED EURIDICE NELL’EUROPA DEL ‘900:

All’inizio del Novecento Napoli fu meta privilegiata di molti artisti europei che vennero qui per trovarvi ispirazione per le loro opere: Pablo Picasso e Igor Stravinsky furono colpiti dalla maschera di Pulcinella, Jean Cocteau e Rainer Maria Rilke dal bassorilievo di Orfeo ed Euridice.

Cocteau, drammaturgo francese, propone una rilettura del mito. Nell’Orfée, composto tra il 1925 e il 1926, Hermes accompagna Orfeo presso lo specchio, la porta d’accesso agli inferi: “Vi svelo il mistero dei misteri. Gli specchi sono le porte attraverso le quali la Morte va e viene. Non ditelo a nessuno. D’altronde guardatevi per tutta la vita in uno specchio e vedrete la Morte lavorare come le api in un alveare di vetro.”

Nel 1904 Rilke, poeta e drammaturgo austriaco, scrive “Orfeo. Euridice. Hermes”, riproducendo in parole le figure del bassorilievo napoletano. Orfeo infatti è descritto da Rilke come:

“L’uomo snello per primo
avvolto nel suo manto azzurro
guardava avanti a sé impaziente e muto.
Le sue mani erano tese e serrate,
immemori di quella cetra lieve
che era cresciuta sulla sua sinistra
come tralcio di rosa sull’olivo”.

Ed ecco Euridice, “chiusa in sé, come in una speranza più alta
non un pensiero per l’uomo che cammina avanti
né per la strada che la porta ai vivi
E tutta immersa
nella sua pienezza di essere in morte
Null’altro essa capiva”.

La conseguenza di tutto ciò è che quando Hermes si volge verso Euridice per comunicarle che lo sposo si è girato, ella risponde: “Chi?”. Il mondo dei morti e il mondo dei vivi non hanno più possibilità di comunicare, ed Euridice, facente parte del primo, ha dimenticato il secondo, e così anche Orfeo.

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Foto: Jean Cocteau e Rainer Maria Rilke

La Rappresentazione della mortea Napoli – Un saggio a puntate

Puntata n.6

La prima tappa del nostro itinerario sulla rappresentazione della morte a Napoli è al MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

IL BASSORILIEVO NAPOLETANO DI ORFEO E EURIDICE

Il bassorilievo di Orfeo ed Euridice è una delle opere più famose del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. È qui rappresentato uno dei temi più complessi e dolorosi del rapporto dell’umano con la morte: la perdita dell’altro. Se il filosofo greco Epicuro poteva eludere il tema della propria morte dicendo: la morte non mi interessa perché “quando io ci sono lei non c’è e quando lei c’è io non ci sono” la perdita dell’altro ci colpisce, ci addolora, ci interroga.
Rispetto ad un’altra copia conservata al Louvre, il bassorilievo napoletano indica correttamente, attraverso delle iscrizioni, i personaggi coinvolti nella scena. Hermes qui appare come dio dei defunti, si trova alla sinistra di Euridice e le afferra la mano, tendendola significativamente verso il basso, verso il regno dei morti, per riportarla lì dove ella resterà per sempre. Orfeo, a destra di Euridice, imbraccia con la sinistra la lira, suonando la quale aveva ottenuto la possibilità di riportare Euridice fra i vivi, mentre con la destra tocca la mano di Euridice, posta sulla sua spalla. Quest’ultimo è un dettaglio fondamentale, dal momento che l’atto di toccare la spalla del marito era parte dell’iconografia romana del matrimonio. Ma è Euridice il personaggio che richiama più da vicino il rito nuziale: ella infatti è vestita con un peplo e ha svelato il proprio volto, atto tipico delle spose. Amore e morte, quindi, si fondono inscindibilmente nella medesima composizione.
Come abbiamo già detto, però, il bassorilievo ha una particolarità: rispetto alla copia conservata al Louvre, la copia napoletana conserva la corretta interpretazione dei personaggi, i cui nomi sono scritti al di sopra delle loro teste. Uno soltanto fa eccezione: il nome di Orfeo è scritto al contrario, proprio come ad uno specchio. Risuonano qui le parole di Jean Cocteau: lo specchio è la porta d’accesso all’Ade.
Sono le parole che con un balzo di duemila e cinquecento anni portano il bassorilievo nella contemporaneità, al Madre, nel Museo d’Arte contemporanea napoletano, nella sala dedicata a Rebecca Horn in cui troviamo “la capuzzella” e lo specchio.

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Foto: Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Bassorilievo di Orfeo ed Euridice, particolare

La rappresentazione della morte a Napoli – un saggio a puntate -n.5

Puntata n.5

IL DARK NAPOLETANO:

Oggi in molti luoghi, in particolare in quelli di forte impatto turistico, la morte viene proposta secondo gli stereotipi che caratterizzano la religiosità napoletana, a volte quello magico, altre volte quello pagano e superstizioso. Quei tratti cioè che, uniti alla spontaneità e al colore dei ceti popolari, formano la cosiddetta napoletanità.
Noi con la nostra ricerca vogliamo andare oltre lo stereotipo che caratterizza il dibattito sul rapporto tra fede, paganesimo e superstizione, per cogliere i due tratti caratteristici del dark napoletano.
Il primo tratto viene dall’arco temporale di rappresentazione della morte che viene proposto: dal lago d’Averno, ritenuto da Virgilio l’ingresso nell’Ade, l’aldilà della civiltà greco romana, fino al Museo d’arte contemporanea con la sala dedicata alle “capuzzelle dietro lo specchio” di Rebecca Horn. Ciò è possibile grazie a due eventi: la scoperta di Pompei, che caratterizzò la storia delle arti figurative con la nascita dell’arte neoclassica e la decisione di Ferdinando I di trasferire a Napoli la collezione, di proprietà dei Borboni, che si trovava a Roma nel palazzo Farnese. Il Museo Archeologico presenta opere uniche fondanti i diversi aspetti che caratterizzano la rappresentazione della morte in Occidente: la bella morte, cioè la morte degli eroi, con le statue dell’Ercole Farnese e di Achille; il dolore per la perdita dell’altro con il bassorilievo di Orfeo ed Euridice; il “memento mori”, il “ricordati che devi morire” con il mosaico del teschio, caratterizzato dalla presenza dell’orecchio. Manca solo la buona morte, ma questo è un tema che verrà introdotto dal Cristianesimo.
Nella cosiddetta monumentomania dell’Ottocento a Napoli è forte il richiamo alle opere dell’antichità, al cimitero di Poggioreale, come al cimitero delle Fontanelle, ma a noi piace fare riferimento alla perdita dell’altro nel Monumento Vonwiller del cimitero acattolico napoletano che, richiamandosi esplicitamente al bassorilievo di Orfeo ed Euridice, esprime quella nostalgia dell’antico che caratterizza la morte romantica, molto sentita dalla cultura del nord Europa. Il confronto tra il monumento della famiglia di questi imprenditori svizzeri nella sezione acattolica del cimitero monumentale di Milano e quello del cimitero acattolico di Napoli evidenzia l’incidenza dell’antico nella rappresentazione della morte a Napoli.
Il secondo tratto caratterizzante la rappresentazione della morte a Napoli è che qui non ci sono siti inquietanti e leggende nere. I tratti tipici del dark: i toni scuri, le auree gotiche e le tematiche depressive sono estranei alla città. Il Thanatos tourism napoletano non è fatto di orrore e quindi qui non abbiamo le danze macabre, il trionfo della morte, il bestiario medievale e le cripte decorate con le ossa che caratterizzano la rappresentazione della morte in altre parti d’Italia e nel Nord d’Europa. Ovviamente anche qui ci sono stati episodi con queste caratteristiche, ma sono stati marginali e transitori. Si potrebbe ironicamente aggiungere ”che il napoletano sia più pagano e superstizioso di altri popoli è discutibile, ma sicuramente non ha bruciato streghe”.
A Napoli vi sono luoghi come il cimitero delle Fontanelle in cui il macabro sfuma in una moderna rappresentazione del mistero della morte intrisa di un’antica e spettacolare spiritualità, o come la basilica di Santa Maria della Sanità dove c’è una originale e suggestiva strutturazione del rapporto tra la cripta, il luogo della sepoltura e la chiesa.
E poi ci sono l’umanità e l’ironia. Come non ricordare le poesie sulla morte e sull’aldilà di Totò, di Eduardo De Filippo e di Salvatore Di Giacomo o leggende come quella del Monaciello.

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Foto: Cimitero delle Fontanelle – Chiesa alla Sanità – Monumento Vonwiller

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