Istituto di Ricerca Storica e Documentazione sul lavoro e sulla religiosità a Napoli

La Rappresentazione della morte a Napoli. Puntata n.3

Puntata n.3

LA STORIA INIZIA NEL MONDO ANTICO:

“Napoli mi ha ispirato per il senso della morte da cui è pervasa”, così affermava alcuni anni fa Gregor Schneider, in un’intervista a “La Repubblica” in occasione della sua mostra a Napoli alla Fondazione Morra Greco. Napoli una città pervasa dal senso della morte?
L’artista tedesco in quegli anni era impegnato in ricerche e polemiche sulle sue provocatorie proposte di rappresentazione della morte: “Non c’è nulla di perverso in una persona che muore in una galleria d’arte”. La sua affermazione rappresentava un’altra tappa del tradizionale rapporto dei viaggiatori del nord Europa con Napoli o era qualcosa di nuovo? La sensibilità dell’artista coglieva un elemento autentico della realtà napoletana o eravamo soltanto nel mercato delle opere d’arte? L’affermazione appariva un’originale provocazione pubblicitaria della sua mostra, ma in realtà poneva anche diversi interrogativi.
Quello principale riguardava un tratto da tutti riconosciuto costitutivo dell’identità di Napoli nei secoli: il legame tra la spettacolare bellezza del Golfo e la forza sterminatrice del Vesuvio, un paesaggio in cui la natura e l’uomo esprimono l’antico tema del rapporto tra “l’amore per la vita e il senso della morte”. Le pagine in cui Goethe descrive l’eruzione notturna del Vesuvio vista da un balcone di palazzo reale spalancato sul Golfo sono memorabili.
Le mostre di Judith Hopf nel 2013 e di J Armleder nel 2018 al MADRE ci dicono che ancora oggi siamo innanzitutto di fronte ad una versione contemporanea del Grand Tour.
Nella presentazione di Hopf si parla genericamente “di una personale interpretazione della tradizione culturale di Napoli, in cui la celebrazione della vita e l’accettazione della morte coesistono come facce della stessa medaglia”. Nella presentazione di Armleder il rapporto con l’antico è esplicito: nella mostra sono infatti presentati “un cervello in vetro e un teschio-specchio che, con alcuni frammenti di affreschi provenienti dalla Villa di Poppea a Oplontis, ricostruiscono quella dinamica fra vita e morte che permea la cultura partenopea”.
Un legame con l’antichità che non appartiene solo agli stranieri ma anche a tanti italiani. Basterà un solo riferimento, quello a Curzio Malaparte che nel suo romanzo “La pelle” afferma che “Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta”.

(in video: una scena ambientata a Pompei dal film di Rossellini del 1953 “Viaggio in Italia”)

La rappresentazione della morte a Napoli. Un saggio a puntate

Puntata n.2

L’ITINERARIO TURISTICO:

L’itinerario turistico parte dal Museo archeologico e arriva al Museo d’arte contemporanea. Siamo entrati in chiese medievali, rinascimentali e barocche. Abbiamo percorso strade con antichi teschi di bronzo, di marmo e di pietra; nuovi teschi li abbiamo visti nelle vetrine dei pub e dei negozi di abbigliamento, in immagini della street art. Siamo saliti infine per le scale del palazzo de Liguori di Presicce nel Rione Sanità per vedere come il nostro tema è stato ed è vissuto anche in spazi privati.
Il nostro racconto è centrato sulle arti figurative, con qualche puntata nella letteratura e nel cinema.
In maniera incidentale parliamo anche della storia delle sepolture, che a Napoli presenta una straordinaria testimonianza di lunga durata che scorre lungo duemilacinquecento anni di storia, dagli ipogei ellenistici fino al ritorno, con l’affermarsi del rito funebre della cremazione, delle urne cinerarie nella cripta della chiesa della Sanità. Anche alle reliquie, tema importante in tutte le realtà cattoliche, dedichiamo solo un passaggio per sottolineare come la santità di cui esse sono espressione si collochi all’interno di scelte di vita che portano alla sconfitta della morte e all’eternità. E infine non parliamo delle letture esoteriche che riteniamo marginali nella cultura napoletana.
Abbiamo affrontato l’itinerario ben consapevoli che il tema della morte e del morire è eterno e sterminato. Come ogni epoca ha vissuto il tempo dell’individuo ha infinite sfaccettature: innanzitutto religiose e poi filosofiche, antropologiche, storiche, artistiche e letterarie, alcune di stringente attualità come quelle sull’eutanasia e sul testamento biologico. Siamo dentro il dibattito su come la nostra epoca vive la morte caratterizzato, secondo alcuni, dalla cosiddetta rimozione della morte dalla sfera pubblica e, secondo altri, dalla dirompente novità dell’irruzione della scienza nel morire. Comunque una cosa è certa, qualche decennio fa un itinerario turistico sulla rappresentazione della morte a Napoli, come altrove, sarebbe stato impensabile.

Foto: Locandina del seminario di IRIS Fontanelle a Itacà

Vi aspettiamo venerdì prossimo, l’argomento lo sveleremo martedì…

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IRiS a IT.A.CÀ.

IRiS a IT.A.CÀ.

Dal 12 al 14 ottobre del 2018 si è svolta a Napoli la prima edizione di Itaca migranti e viaggiatori – Festival del Turismo Responsabile, festival del turismo responsabile nato a Bologna nel 2009. Il nostro Istituto di Ricerca e Documentazione, IRIS Fontanelle, ha partecipato agli incontri di preparazione che si sono svolti presso la cattedra di Sociologia del
Turismo dell’Università Federico II e poi direttamente al Festival, con un seminario dove è stato presentato un itinerario turistico su “La rappresentazione della morte a Napoli, una ricerca in corso”.
Il nostro interesse per il Festival è derivato dalla ricerca di risposte ad alcuni interrogativi che ci guidano nel nostro lavoro. Il turismo è diventato un forte strumento di sviluppo e di trasformazione che porta indiscutibilmente ricchezza e benessere, e dunque qual è il rapporto oggi tra turismo e territorio, tra turismo e cultura, tra turismo e religiosità; che cosa significa oggi turismo responsabile, che cosa significa autenticità; quali sono i processi di invenzione della tradizione a cui assistiamo?
La ricerca sulla rappresentazione della morte era iniziata dopo il successo inaspettato di un incontro, organizzato dal caffè letterario e artistico di Enzo Marino, dove avevamo verificato sul campo l’interesse che suscita il thanatos tourism e dove ci siamo chiesti se esiste una sua specificità napoletana e in che cosa consista.
Dopo il festival il nostro lavoro è continuato e come nuova tappa abbiamo deciso di pubblicare settimanalmente a puntate su Facebook la ricerca presentata al seminario.

Appuntamento a venerdì prossimo 1 marzo. Sveleremo l’argomento della puntata martedì 26 febbraio…

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Nella foto Ingrid Bergman al Cimitero delle Fontanelle,  “Viaggio in Italia” di Roberto Rossellini, 1953.

La rappresentazione della morte a Napoli. Un saggio a puntate.

La rappresentazione della morte a Napoli. Un saggio a puntate.

a cura di Alessia Amante

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IRiS Fontanelle entra nello street reading con la sua ultima ricerca “La rappresentazione della morte a Napoli”.
Nell’epoca del Kindle e del Kobo, con antecedenti nel romanzo di appendice a puntate, la lettura si è fatta quotidiana e cittadina, i testi sono “ritagliati” in brevi sezioni da leggere alla fermata dell’autobus o della metropolitana, e gli stessi articoli di giornale online presentano un “minutaggio” adatto ai ritmi della vita moderna.
La nostra intenzione è partecipare a questa innovazione, andare oltre gli articoli e oltre i romanzi e pubblicare il primo saggio a puntate su Facebook, corredato di foto e video.

Usciremo ogni venerdì

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Momenti di storia del Rione Sanità

Il Rione Sanità è sicuramente uno dei luoghi più famosi di Napoli. Ma qual è la sua storia?

Nelle ultime settimane ci sono stati avvenimenti che ce ne hanno parlato.

Il primo è la presentazione all’Università Vanvitelli di un libro: “Mario Valentino – Una storia tra moda, design e arte”. È la storia del simbolo più prestigioso di una diffusa realtà industriale e artigianale del Rione nel settore della lavorazione delle pelli e nell’abbigliamento, dove erano impegnate migliaia e migliaia di lavoratrici e di lavoratori. La stampa ha riportato la foto di Mario Valentino a piazza del Duomo a Milano assieme agli altri protagonisti del made in Italy, da Versace ad Armani e Missoni. Nel bel volume edito da Skira e curato da Ornella Cirillo, Mario Valentino dice: “Qui ci sono i migliori operai al mondo”.  La fabbrica, che si trova alle Fontanelle proprio davanti al famoso cimitero, nel 1972 aveva 600 dipendenti.  In quegli anni ci sono state nelle fabbriche e nel territorio lotte contro il sotto salario e la mancanza di regole nel lavoro a domicilio che hanno segnato la storia del movimento operaio a Napoli e di cui ha parlato in un saggio sulle Fontanelle Annalola Geirola, una delle protagoniste di quelle battaglie, che sarà segretaria nazionale della Cgil.

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L’altro avvenimento è un dibatto sull’opera di Giuseppe Mastriani, che c’è stato alla Società Napoletana di Storia Patria. Mastriani, che abitava alla Sanità, è stato per me decisivo per la ricostruzione della storia del cimitero delle Fontanelle e mi fa piacere che alla sua opera si dia il dovuto risalto.

Durante l’incontro è stato esposto un ritratto su legno del romanziere realizzato all’inizio del Novecento da Carmine Castaldi, un artigiano della Sanità. È una bella testimonianza di quell’artigianato del legno in cui centinaia di lavoratori erano impegnati in una produzione di qualità. Il quadro è stato portato per l’occasione dal nipote di Carmine Castaldi, che si chiama anche lui Carmine, storico delegato dell’Alfasud che, pur essendo avanti negli anni, continua la tradizione artigiana della sua famiglia.

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Un imprenditore, Valentino, un romanziere, Mastriani, un artigiano, Castaldi e una giovane comunista, Geirola. Momenti di una storia del Rione Sanità che anche come IRiS Fontanelle vogliamo contribuire a non far dimenticare.

IRiS Fontanelle a It.a.cà – Napoli 12-14 ottobre 2018

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La rappresentazione della morte a Napoli.

Una ricerca in corso…

ROCCO 3

 

“Napoli mi ha ispirato per il senso della morte da cui è pervasa”, così alcuni anni fa Gregor Schneider, in un’intervista a “La Repubblica” in occasione della sua mostra a Napoli alla Fondazione Morra Greco.

Napoli una città pervasa dal senso della morte?

Allora sembrò una provocazione, oggi si può dire che anticipava quello che sarà il dark napoletano. La cappella Sansevero, Napoli Sotterranea, il cimitero delle Fontanelle, il Tunnel borbonico, la chiesa di Purgatorio ad Arco, le catacombe del Rione Sanità sono i luoghi più famosi di una nuova realtà fatta di cultura e di impresa, parte importante del brand con cui viene oggi diffusa l’immagine di Napoli nel mondo.

Un dark napoletano che si affianca all’antica e imperdibile suggestione del rapporto tra la spettacolare bellezza del Golfo di Napoli e la forza sterminatrice del Vesuvio.

Un nuovo capitolo di uno dei tratti caratteristici della storia della cultura napoletana, cioè la sua capacità di aprirsi al nuovo e di rielaborarlo in forme spesso originali e caratterizzanti la sua identità.

In molti luoghi, in particolare in quelli di forte impatto turistico, la morte viene proposta secondo gli stereotipi che caratterizzano la religiosità napoletana: a volte secondo quello magico, altre volte quello pagano e superstizioso. Quei tratti cioè che, uniti alla spontaneità e al colore dei ceti popolari, formano la cosiddetta napoletanità.

Altre proposte invece colgono una specificità napoletana che viene innanzitutto dall’arco temporale che viene offerto: dal lago d’Averno ritenuto da Virgilio l’ingresso nell’Ade, l’aldilà della civiltà greco romana, fino al Museo d’arte contemporanea con la sala dedicata ai teschi di Rebecca Horn. Noi vogliamo cogliere soprattutto la qualità del dark napoletano. A Napoli non ci sono siti inquietanti e leggende nere. I tratti caratterizzanti il dark: i toni scuri, le auree gotiche e le tematiche depressive sono estranee alla città. Il Tanatostourism napoletano non è fatto di orrore. In alcuni luoghi non solo non c’è il macabro, ma troviamo una spettacolare e moderna rappresentazione della morte intrisa di un’antica spiritualità, come al cimitero delle Fontanelle.

Attualmente sono molti i viaggiatori e i turisti, i ricercatori italiani e stranieri che, sulle orme di Schneider, ritengono interessante osservare e capire come una città di antica e complicata religiosità vive il rapporto con la modernità e quindi quale rapporto c’è oggi a Napoli tra dark, turismo e fede. Il nostro lavoro di ricerca si inserisce in questo contesto e la nostra presenza a It.a.cà vuole sottolineare come un turismo responsabile ha oggi il compito di delineare una nuova realtà del centro storico e non trasformarlo in un parco a tema.

Affronteremo questi suggestivi interrogativi ben consapevoli che il tema della morte e del morire è eterno e sterminato.

Sarà un itinerario attraverso i duemilacinquecento anni di storia della città. Parlare di storia a Napoli non è facile. È un territorio che rifiuta la storia. Preferisce esprimersi o ricostruirla  attraverso la musica, i generi letterari, in particolare il teatro, a volte il romanzo.

Noi ci proveremo limitando il nostro racconto alle arti figurative, con qualche puntata nella letteratura, da Giuseppe Marotta a Totò; nel cinema, da Roberto Rossellini in “Viaggio in Italia” a Comencini in “Gomorra”. Il nostro itinerario immaginario partirà dai mosaici pompeiani che ci parlano della morte nel mondo pagano, per continuare con il passaggio dalla morte rinascimentale a quella barocca, per arrivare ai culti del Purgatorio nell’Ottocento e delle capuzzelle nel Novecento e finire al Madre, il Museo dell’arte contemporanea, dove una sala richiama l’esposizione dei teschi realizzata da Rebecca Horn in piazza del plebiscito nel 2002. Percorreremo strade segnate da edifici con antichi teschi di bronzo, di marmo e di pietra e con le immagini della street art; saliremo infine le scale del palazzo de Liguori di Presicce per vedere come il nostro tema è stato ed è vissuto anche negli spazi privati.

Il giorno dopo, chi ha seguito il seminario potrà partecipare ad una visita guidata al cimitero delle Fontanelle per verificare sul campo che cos’è oggi la rappresentazione della morte a Napoli.

 

 

Quale rapporto tra turismo e Memoria, tra turismo e Sacro

Il turismo a Napoli è certamente una grande risorsa da consolidare e sviluppare, ma, come sempre accade con il nuovo, pone interrogativi e chiama a scelte politiche che costruiscono l’identità di una comunità

In queste ultime settimane piccoli episodi hanno messo in evidenza una questione rilevante: quale rapporto si sta creando tra turismo e memoria e tra turismo e sacro.

Ho visto la mostra sulla persecuzione degli ebrei in Italia nel salone della Camera di Commercio. Ancora una volta mi sono emozionato e interrogato su come sia stato possibile un simile orrore. Mi sono tornate in mente le polemiche aspre sui selfie ed e in generale sulle modalità con cui vengono fatte le visite guidate ad Auschwitz. C’è il pericolo che diventi la visita ad uno dei tanti luoghi del dark tourism, oggi così di moda, e non sull’orrore e soprattutto sulle cause che lo hanno determinato, annullando così le responsabilità su secoli di razzismo dell’Occidente e in Occidente.

Nei giorni scorsi un intervento di Gennaro Matino su Repubblica ha affrontato il tema del rapporto tra fede e folclore. Posta così è una questione datata e cristallizzata in scontri e dibattiti del secolo scorso sul popolare. A me sembra che il rapporto sia oggi tra turismo e sacro. E cioè possono gli allestimenti museali e le visite guidate, per esempio, al cimitero delle Fontanelle eliminare un sacro che anche a Napoli è ricerca di spiritualità e di speranza? Si può ridurre il luogo a testimonianza della superstizione e del paganesimo del popolo napoletano perché questo richiede il dark tourism?

Non meno interessante è stata la presentazione della ricerca di Antonio Borrelli su memoria collettiva e festa della Madonna della Neve a Ponticelli. Qui in un provocatorio e brillante intervento Valerio Petrarca, docente di antropologia culturale alla Federico II, ha così sintetizzato la questione: su questa strada tanto vale affidare i luoghi di culto e la memoria collettiva all’Azienda Autonoma del Turismo.

Il Ministro Dario Franceschini al Rione Sanità

Ieri le associazioni del Rione Sanità hanno incontrato il Ministro Dario Franceschini nella basilica di San Gennaro prima della messa in suffragio di Totò.

Di seguito alcuni passi dell’intervento di Rocco Civitelli per IRiS Fontanelle. 

“Il nostro lavoro è diretto innanzitutto a contrastare i luoghi comuni che schiacciano l’identità di Napoli: i napoletani sfaticati, ancorati ad una dimensione religiosa magica e pagana, capaci di esprimersi solo attraverso pizza e mandolino.

Consapevoli che spesso questa immagine viene alimentata da scelte e comportamenti di una parte della cultura e del ceto politico della città e che è in atto una trasformazione dell’immagine di Napoli nel mondo, attraverso il paradigma della napoletanità.

Per secoli la cultura è stato un punto di forza dell’identità napoletana, oggi non è più così. Ma ricordare Tommaso d’Aquino, Vico e Croce non basta. Contano le scelte che facciamo oggi. Qui commemoriamo giustamente Totò, ma non in quanto maschera della napoletanità, ma punto alto della professionalità e della creatività del lavoro napoletano nel teatro e nel cinema. Un settore del mondo del lavoro napoletano che che ha avuto un passato, ha un presente, con Martone e Sorrentino, e a cui dobbiamo costruire un futuro.
Abbiamo difficoltà a tradurre le iniziative temporanee in strutture permanenti, non importa se pubbliche o private. Esemplare è la vicenda del museo di Totò, o del teatro e del cinema napoletano, così come del museo della musica. Discussioni inconcludenti aperte da decenni.
Oggi alla Sanità c’è un fermento culturale straordinario, si può vincere, ma si può anche perdere come è stato con il Rinascimento napoletano negli anni 90.

Alla Sanità IRiS è impegnato su tre fronti

Il cimitero delle Fontanelle. Le catacombe di San Gennaro e il cimitero delle Fontanelle rappresentano l’alfa e l’omega di come possono essere gestiti e valorizzati i beni culturali. Le catacombe sono l’esempio positivo, il cimitero è l’esempio negativo. Alle Fontanelle non si paga il biglietto e si spendono trecentomila euro all’anno per una gestione ordinaria che non assicura i livelli minimi di tutela del bene; non c’è un’indicazione che dia al visitatore la possibilità di orientarsi e conoscere la storia dell’ossario, accreditando consapevolmente il cimitero come parco a tema della superstizione e del paganesimo del popolo napoletano.

La scuola. Negli anni 60 alla Sanità fu costruito un formidabile sistema scolastico. Centinaia e centinaia di ragazzi provenienti da altri quartieri ogni mattina entravano nel Rione. Quel sistema scolastico è stato irresponsabilemente smantellato. Dietro le difficoltà che ci sono nel contrastare i fenomeni criminali che oggi devastano il Rione ci sono sicuramente i limiti culturali e pratici dell’azione repressiva, ma c’è anche, e forse soprattutto, l’incapacità di indicare agli adolescenti, a tutti gli adolescenti, un futuro e una strada per raggiungerlo.

Il territorio. Il Rione Sanità ha un passato di grandi tradizioni nell’industria delle pelli e nell’artiganato. Di tutto questo se ne sta perdendo anche la memoria. Oggi ci sono le condizioni per costruire un Distretto Culturale. La nascita della Fondazione San Gennaro va in questa direzione, ma non basta. Prevalgono chiusure individualistiche e di piccoli gruppi; mancano le Istituzioni e l’associazionismo. Il progetto Vergini-Sanità approvato dal MiBACT può rappresentare un’imporante occasione. Stiamo ricostruendo la storia del mancato distretto industriale, affinchè gli errori di allora, innanzitutto lo sfruttamento e la precarietà dei lavoro, non si ripetano”.

Cesira Siciliani, Una visita agli Ossari di San Martino e Solferino

Continuando il nostro viaggio negli ossari italiani, per il documento del mese aprile 2017 vediamo qualche pagina del volumetto di Cesira Siciliani “Una visita agli ossari di San Martino e Solferino” edito da Zanichelli nel 1881.

Questi ossari furono costruiti negli anni Settanta dell’Ottocento dal conte Luigi Torelli; in quegli stessi anni a Napoli il canonico della cattedrale Gaetano Barbati allestiva l’ossario delle Fontanelle.

Quale legame tra gli ossari della valle Padana e quello napoletano?

Il libro inizia con i versi di Giacomo Leopardi “la vostra Tomba è un’ara”.

Il viaggio è infatti un devoto pellegrinaggio nel luogo dove sono raccolte le ossa dei caduti nelle battaglie di San Martino e Solferino durante la seconda guerra d’Indipendenza. “Quei teschi ci rammentano un esercito di prodi, tutti giovani, tutti valorosi, tutti martiri della libertà” p.51.

I caduti per la patria sono martiri, le loro ossa sono dunque reliquie. Anche a Napoli abbiamo piazza dei martiri con i quattro leoni che simboleggiano i caduti nelle rivoluzioni che portarono all’unità d’Italia.

Viene poi descritta l’innovazione nella storia delle sepolture che si afferma nella seconda metà dell’Ottocento. Per millenni, dopo le battaglie o durante le epidemie, i cadaveri venivano seppelliti in fosse comuni. Col tempo diventavano “di cani e di augelli orrido pasto”, come recita il Proemio dell’Iliade.

La Siciliani ci racconta quello che avviene nelle campagne in cui si sono svolte le battaglie di San Martino e di Solferino: “quelle povere ossa davano qua e là il triste spettacolo di biancheggiare nude sopra suolo, ora trasportate dalle acque scorrenti e or ruzzolando giù per le fosse. Quante volte i nostri bifolchi hanno urtato con l’aratro in qualche povero scheletro! Quante volte i nostri contadini zappando e vangando la terra scoprivano ora un cranio, ora uno stinco, ora un femore, ora una scapola! Scena per tutti lacrimevole, anzi crudele. Ad impedir questo spettacolo triste…. surse l’idea pietosa degli ossari” p.85.

È la stessa pietà che spinge il canonico della cattedrale Gaetano Barbati, sostenuto dal cardinale arcivescovo Sisto Riario Sforza, a dare un’adeguata sistemazione alle ossa che sono “accatastate” nel cimitero delle Fontanelle. La Chiesa napoletana ovviamente assegna al luogo sacro un significato diametralmente opposto a quello degli ossari della valle Padana.

Il cimitero è un luogo di pentimento e di espiazione per il popolo napoletano. Qui ci sono le ossa delle vittime di quei cambiamenti culturali e politici che, iniziati con la Riforma protestante, hanno colpito la Chiesa fino alla perdita del potere temporale del Papa.

Interessante il riferimento della Siciliani a come sono sistemate le ossa: “Centinaia, migliaia di teschi eccoli tutti lì, disposti a un modo, con ordine perfetto, uno accanto all’altro, uno sopra all’altro, in fila, a strati, come i libri di una libreria” p. 47.

È questa anche la sistemazione delle ossa nella cosiddetta Ossoteca del cimitero delle Fontanelle, dove centinaia e centinaia di femori sono sistemati in scaffalature che fanno da cornice ad un altare che unifica il culto delle anime del Purgatorio, il culto del Sacro Cuore e il culto delle reliquie.

Per saperne di più leggete le nostre pubblicazioni. Quelle esaurite sono consultabili sul sito.

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Ancora sul culto delle anime del Purgatorio a Roma

Il documento del mese di Febbraio 2017 presenta la  rivista “Il Purgatorio visitato dalla carità dei Fedeli”.
La rivista, che ha iniziato le pubblicazioni  a Roma nel 1894 e le ha terminate nel 1985, è particolarmente interessante perché consente di verificare come il culto del Purgatorio si sia sviluppato  all’ombra del Vaticano dalla seconda metà dell’Ottocento ad oggi e come questo percorso corrisponda a quello da noi ricostruito nel cimitero delle Fontanelle attraverso lapidi, epigrafi e documenti d’archivio.
Troviamo infatti qui scandite le quattro tappe del culto in questo periodo: straordinaria diffusione come culto di penitenza e di espiazione promosso dal Vaticano dopo la caduta del potere temporale del Papa, sua trasformazione in “memento mori” negli anni 30 del Novecento dopo i Patti Lateranensi, impennata nell’immediato dopoguerra per le dure condizioni di vita della popolazione e, infine, sostanziale declino dopo il concilio Vaticano II.
La rivista è stata fondata dall’Associazione del Sacro Cuore di Gesù, che ha sede nella parrocchia del Sacro Cuore a Roma sul lungotevere Prati. Della storia di questa parrocchia e del suo singolare museo dedicato alle anime del Purgatorio abbiamo parlato nel documento del mese di gennaio 2017.
Altri elementi interessanti emergono poi dalle attività della parrocchia del Sacro Cuore a Roma.
– II fatto che essa fu costituita da sacerdoti francesi; dalla Francia, infatti, sono venuti sempre contributi fondamentali per il culto del Purgatorio;
– che era collegata a Napoli con la Basilica del Gesù Vecchio la quale, alla fine dell’Ottocento, propose la celebrazione del IX anniversario della istituzione della “festa dei morti” ad opera di Odilone, Abate di Cluny (Francia). La proposta fu accolta dal Vaticano e celebrata in tutto il mondo.
La rivista era diffusa anche a Napoli e ne abbiamo trovato alcune annate nell’Emeroteca Tucci.

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