Istituto di Ricerca Storica e Documentazione sul lavoro e sulla religiosità a Napoli

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n. 3

Puntata n.3

LA STORIA INIZIA NEL MONDO ANTICO:

“Napoli mi ha ispirato per il senso della morte da cui è pervasa”, così affermava alcuni anni fa Gregor Schneider, in un’intervista a “La Repubblica” in occasione della sua mostra a Napoli alla Fondazione Morra Greco. Napoli una città pervasa dal senso della morte?
L’artista tedesco in quegli anni era impegnato in ricerche e polemiche sulle sue provocatorie proposte di rappresentazione della morte: “Non c’è nulla di perverso in una persona che muore in una galleria d’arte”. La sua affermazione rappresentava un’altra tappa del tradizionale rapporto dei viaggiatori del nord Europa con Napoli o era qualcosa di nuovo? La sensibilità dell’artista coglieva un elemento autentico della realtà napoletana o eravamo soltanto nel mercato delle opere d’arte? L’affermazione appariva un’originale provocazione pubblicitaria della sua mostra, ma in realtà poneva anche diversi interrogativi.
Quello principale riguardava un tratto da tutti riconosciuto costitutivo dell’identità di Napoli nei secoli: il legame tra la spettacolare bellezza del Golfo e la forza sterminatrice del Vesuvio, un paesaggio in cui la natura e l’uomo esprimono l’antico tema del rapporto tra “l’amore per la vita e il senso della morte”. Le pagine in cui Goethe descrive l’eruzione notturna del Vesuvio vista da un balcone di palazzo reale spalancato sul Golfo sono memorabili.
Le mostre di Judith Hopf nel 2013 e di J Armleder nel 2018 al MADRE ci dicono che ancora oggi siamo innanzitutto di fronte ad una versione contemporanea del Grand Tour.
Nella presentazione di Hopf si parla genericamente “di una personale interpretazione della tradizione culturale di Napoli, in cui la celebrazione della vita e l’accettazione della morte coesistono come facce della stessa medaglia”. Nella presentazione di Armleder il rapporto con l’antico è esplicito: nella mostra sono infatti presentati “un cervello in vetro e un teschio-specchio che, con alcuni frammenti di affreschi provenienti dalla Villa di Poppea a Oplontis, ricostruiscono quella dinamica fra vita e morte che permea la cultura partenopea”.
Un legame con l’antichità che non appartiene solo agli stranieri ma anche a tanti italiani. Basterà un solo riferimento, quello a Curzio Malaparte che nel suo romanzo “La pelle” afferma che “Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta”.

(in video: una scena ambientata a Pompei dal film di Rossellini del 1953 “Viaggio in Italia”)

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