Istituto di Ricerca Storica e Documentazione sul lavoro e sulla religiosità a Napoli

Archivi mensili per maggio, 2019

La rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.14

La Ricerca dell’immortalità nel Museo Archeologico di Napoli       
1 La statua dell’Ercole Farnese 

All’interno della collezione Farnese conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli spicca il possente Ercole Farnese, uno dei simboli della ricerca dell’uomo verso l’immortalità. Il semidio qui ritratto, tuttavia, appare in una posa dimessa e non rispecchia sul piano iconografico l’immagine dell’eroe impegnato in un’impresa o una battaglia, educato all’ideale tutto greco dello scambio tra la vita e la Gloria che supera la morte e dà l’immortalità. Ercole infatti non è rappresentato al culmine del suo vigore, in attività, durante una delle sue fatiche, ma alla fine dell’ultima, la conquista delle mele delle Esperidi. Ha lo sguardo basso e la bocca dischiusa e lo stesso premio che gli garantirà l’immortalità, cioè i pomi, non sono in primo piano, non sono ostentati dall’eroe, ma nascosti dietro la schiena. La scelta di un’iconografia così inaspettata si spiega se contestualizziamo la statua nel periodo in cui essa fu inizialmente scolpita. La scultura napoletana viene da Roma ed è del II-III sec. d.C., ma è in realtà copia di un originale collocabile tra la fine dell’età classica e i primordi di quella ellenistica. Lo scultore era Lisippo, autore di un nuovo tipo di ritratto per Alessandro Magno. L’età ellenistica è un’epoca di transizione: le città-stato greche perdono la loro autonomia e finiscono sotto il controllo dei Macedoni. Per questo anche Ercole è rappresentato diversamente rispetto all’età classica: a riposo, mentre riflette sulla fragilità della sua esistenza, sul senso stesso della sua impresa. È chiara l’influenza delle filosofie ellenistiche, innanzitutto di quella epicurea, che stava appena nascendo ad Atene e si diffonderà molto in Campania. Fu infatti la scuola epicurea a portare per la prima volta all’attenzione dell’uomo la riflessione sulla caducità della vita e sulla morte, non più vista come garante di immortalità. Una lezione sia per una “leggenda vivente” come Alessandro, che lasciò la sua impresa incompiuta e senza eredi, sia per Ercole, figlio di Zeus, destinato tuttavia ad una esistenza dolorosa e ad una morte sofferta.

Ercole Farnese

Foto: Ercole Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.12

Puntata n. 12

LA FARFALLA E LE ORECCHIE DEL “MEMENTO MORI”

Nella puntata precedente abbiamo parlato della cultura del I secolo dopo Cristo, la cultura ellenistica, come di una cultura di transizione in cui convivono culture diverse; alcune tendono a scomparire, altre ad affermarsi, tutte sono aperte alla contaminazione. Due sono gli orientamenti culturali dominanti: quello epicureo e quello stoico.
Dopo questa premessa veniamo alla farfalla che, in genere, rappresenta l’anima, nell’antichità la psiche.
Nell’interpretazione tradizionale del mosaico è la parte immateriale dell’uomo condizionata dalla ruota, cioè dalla Fortuna, che può andare sia in direzione della povertà che della ricchezza.
Accanto a questa lettura di stampo epicureo, che abbiamo visto, nella puntata n. 10, caratterizzare la cena di Trimalcione, noi riteniamo giusto porre anche quella di stampo stoico, che è l’opposto di quella epicurea: l’anima che nel mosaico è posta sopra la ruota rappresenta un invito a vivere una vita che prescinda dalla fortuna, che caratterizza le vicende materiali della quotidianità.
Anche sulla interpretazione della presenza delle orecchie ci atteniamo all’insieme delle culture dell’epoca.
Plinio nella sua Naturalis Historia ci dice che nella parte bassa dell’orecchio era collocata la sede della memoria. La presenza delle orecchie è dunque un riferimento al “vissuto” del teschio, cioè al ricordo della vita che concretamente ogni individuo ha trascorso e che viene livellato dalla morte.
Ma l’orecchio è anche uno dei simboli del rapporto con il divino. Lo troviamo in tante religioni, dall’antico Egitto al buddismo. Anche per Plinio dietro l’orecchio dovevano essere deposte le richieste agli dei. È l’epoca in cui nel Mediterraneo avanza la cultura giudaico cristiana, che è una cultura dell’ascolto. Ascolto della Parola del Signore, invocazione del fedele: “ascoltaci Signore” o “porgi l’orecchio Signore”.

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Foto: orecchie egiziane; un bronzo napoletano moderno della Dea Fortuna ad opera di P. Uccello.

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.11

Puntata n. 11

Il “memento mori” del Museo Archeologico di Napoli.
Una livella tra bastoni e scettri, farfalle e orecchie. Una simbologia complessa.

Nella parte alta del mosaico c’è la livella da cui parte il filo di piombo che regge il teschio, cioè la morte.
Sotto il teschio c’è la ruota, allegoria della Fortuna. A destra e a sinistra dei bracci della livella si scorgono, rispettivamente, i simboli della povertà – bisaccia, bastone da mendicante e mantelli – e quello della ricchezza e potere – scettro porpora e corona.
Fin qui una simbologia inequivocabile: la fortuna può pendere verso la povertà o verso la ricchezza, ma alla fine tutto viene inevitabilmente livellato dalla morte.
Tra il teschio e la ruota notiamo però una farfalla e qui c’è una qualche difficoltà che diventa smarrimento di fronte alla constatazione che il teschio ha le orecchie.
Le interpretazioni di questi simboli e la loro collocazione nel mosaico sono state e sono tante. Noi tralasciamo quelle esoteriche che, in questa fase di darktourism imperversano, e ci atteniamo alla cultura del periodo in cui l’opera fu realizzata. La cultura del I secolo dopo Cristo; la cultura ellenistica; una cultura di transizione.
È così che emerge con semplicità e forza un legame che c’è a Napoli tra la simbologia del mondo antico e quella della nostra epoca. Appare naturale quindi chiudere questa puntata del nostro saggio con la poesia di Totò “A livella” dove si esprime anche uno dei tratti che caratterizzano il dark napoletano: umanità e ironia.

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Vi diamo appuntamento a venerdì prossimo quando parleremo della farfalla e delle orecchie nel “memento mori”.

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