Istituto di Ricerca Storica e Documentazione sul lavoro e sulla religiosità a Napoli

Archivi mensili per aprile, 2019

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.10

Puntata n. 10

Se come abbiamo visto nella puntata n. 9 l’espressione “memento mori” ha origine politico militare, il tema dell’ineluttabilità della morte fu affrontato innanzitutto in contesti che rimandano al simposio, in particolar modo dai poeti lirici greci, intenti a comporre poesie per intrattenere i “compagni” di banchetto. A darvi una lettura filosofica, però, fu soltanto la scuola epicurea, che a Napoli e in Campania ebbe molti seguaci: a Ercolano sorgeva il cenacolo di Filodemo di Gadara e a Posillipo insegnava Sirone, che poteva vantare tra i suoi alunni Virgilio e Orazio.

Non è quindi un caso che una versione accuratamente parodiata del simposio e degli argomenti ivi affrontati sia ambientata in una città della Magna Grecia come Napoli o Pozzuoli. Parliamo del celeberrimo episodio della Cena Trimalchionis, incluso nel Satyricon di Petronio.

Il personaggio che dà il nome all’episodio, il ricchissimo liberto Trimalchione, offre un lauto banchetto agli invitati, un vero e proprio spettacolo di portate incastonate l’una nell’altra. Nel bel mezzo della cena, nella sala entra un servo del padrone recante per lui uno scheletrino d’argento. Alla vista del giocattolino, Trimalchione intona un lamento: “Ahimè, poveri noi, come si riduce ad un bel nulla l’omuncolo tutto intero! Così diventeremo tutti, dopo che l’Orco ci avrà rapito. Perciò viviamo la vita, finché siamo vivi e vegeti”.

Lo scheletrino d’argento servito a Trimalchione esisteva davvero nell’antichità. Esso prendeva il nome di larva convivialis ed era uno dei numerosi esempi di oggetti-simbolo mostrati nei banchetti, al fine di ricordare agli invitati il termine della vita.

Nel Seicento il “memento mori” ritornerà centrale nell’iconografia della morte a Napoli.

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foto: mosaico romano con scena di banchetto.

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.9

Puntata n.9

IL MOSAICO POMPEIANO DEL “MEMENTO MORI”

Uno dei mosaici pompeiani più interessanti, per la curiosità che suscita la sua complessa simbologia, è il cosiddetto mosaico del “memento mori”, conservato al Museo Archeologico di Napoli.
Proviene da una residenza con bottega ed era collocato nel triclinium estivo, la sala dove si svolgevano i banchetti. Era infatti durante il simposio che, sin dall’età arcaica greca, i poeti cantavano il rapporto tra la vita e la morte. Lo scheletro, del resto, faceva parte di un’iconografia molto impiegata nei mosaici, in particolar modo del I sec. a.C., e rispecchiava in chiave simbolica la riflessione sulla caducità della vita e sul godimento dei piaceri, temi entrambi alla base della filosofia epicurea molto diffusa nella Campania antica.
Il nome assegnato al mosaico rimanda alla famosa espressione latina “memento mori”. Essa nasce nel contesto politico/militare romano. Infatti durante i trionfi che i consoli prima e gli imperatori poi celebravano, partendo dal Campo Marzio per arrivare fino al Campidoglio, uno schiavo (quindi un uomo la cui condizione di vita era esattamente opposta a quella del comandante) sussurrava all’orecchio del trionfatore: “Guarda dietro di te! Ricordati che devi morire!”.

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(in foto: il mosaico pompeiano del “memento mori”; un’immagine di trionfo su una delle coppe argentee di Boscoreale)

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.8

Puntata n.8

LA PERDITA DELL’ALTRO NEL TEATRO NAPOLETANO CONTEMPORANEO

Il mito di Orfeo e Euridice ritorna nel testo teatrale di Valeria Parrella, autrice e drammaturga napoletana, che nel 2015 ha messo in scena “Assenza. Euridice e Orfeo” al teatro Bellini di Napoli.

Nel riadattamento della Parrella è Euridice la vera protagonista (è infatti la prima ad essere nominata nel titolo) ed è proprio lei a indurre Orfeo a voltarsi.
“Se mi ami, devi guardarmi”, gli sussurra.

La ninfa compie così un estremo gesto d’amore fornendo ad Orfeo la possibilità di gestire il lutto affrontando e accettando la realtà. Solo il dolce ricordo è concesso, non oltre, perché la vita, essendo vita, non può aggrapparsi alla morte per sanare un vuoto.

Il vero dolore non sta nel provare mancanza, ma nel metabolizzare e continuare a vivere. Orfeo, infatti, non potrà che commentare: “La morte è questione di chi resta, non di chi parte”.

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foto: Valeria Parrella; una scena dallo spettacolo “Assenza. Euridice e Orfeo”

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n.7

Puntata n.7

IL MITO DI ORFEO ED EURIDICE NELL’EUROPA DEL ‘900:

All’inizio del Novecento Napoli fu meta privilegiata di molti artisti europei che vennero qui per trovarvi ispirazione per le loro opere: Pablo Picasso e Igor Stravinsky furono colpiti dalla maschera di Pulcinella, Jean Cocteau e Rainer Maria Rilke dal bassorilievo di Orfeo ed Euridice.

Cocteau, drammaturgo francese, propone una rilettura del mito. Nell’Orfée, composto tra il 1925 e il 1926, Hermes accompagna Orfeo presso lo specchio, la porta d’accesso agli inferi: “Vi svelo il mistero dei misteri. Gli specchi sono le porte attraverso le quali la Morte va e viene. Non ditelo a nessuno. D’altronde guardatevi per tutta la vita in uno specchio e vedrete la Morte lavorare come le api in un alveare di vetro.”

Nel 1904 Rilke, poeta e drammaturgo austriaco, scrive “Orfeo. Euridice. Hermes”, riproducendo in parole le figure del bassorilievo napoletano. Orfeo infatti è descritto da Rilke come:

“L’uomo snello per primo
avvolto nel suo manto azzurro
guardava avanti a sé impaziente e muto.
Le sue mani erano tese e serrate,
immemori di quella cetra lieve
che era cresciuta sulla sua sinistra
come tralcio di rosa sull’olivo”.

Ed ecco Euridice, “chiusa in sé, come in una speranza più alta
non un pensiero per l’uomo che cammina avanti
né per la strada che la porta ai vivi
E tutta immersa
nella sua pienezza di essere in morte
Null’altro essa capiva”.

La conseguenza di tutto ciò è che quando Hermes si volge verso Euridice per comunicarle che lo sposo si è girato, ella risponde: “Chi?”. Il mondo dei morti e il mondo dei vivi non hanno più possibilità di comunicare, ed Euridice, facente parte del primo, ha dimenticato il secondo, e così anche Orfeo.

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Foto: Jean Cocteau e Rainer Maria Rilke

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