Istituto di Ricerca Storica e Documentazione sul lavoro e sulla religiosità a Napoli

Archivi mensili per marzo, 2019

La Rappresentazione della mortea Napoli – Un saggio a puntate

Puntata n.6

La prima tappa del nostro itinerario sulla rappresentazione della morte a Napoli è al MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

IL BASSORILIEVO NAPOLETANO DI ORFEO E EURIDICE

Il bassorilievo di Orfeo ed Euridice è una delle opere più famose del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. È qui rappresentato uno dei temi più complessi e dolorosi del rapporto dell’umano con la morte: la perdita dell’altro. Se il filosofo greco Epicuro poteva eludere il tema della propria morte dicendo: la morte non mi interessa perché “quando io ci sono lei non c’è e quando lei c’è io non ci sono” la perdita dell’altro ci colpisce, ci addolora, ci interroga.
Rispetto ad un’altra copia conservata al Louvre, il bassorilievo napoletano indica correttamente, attraverso delle iscrizioni, i personaggi coinvolti nella scena. Hermes qui appare come dio dei defunti, si trova alla sinistra di Euridice e le afferra la mano, tendendola significativamente verso il basso, verso il regno dei morti, per riportarla lì dove ella resterà per sempre. Orfeo, a destra di Euridice, imbraccia con la sinistra la lira, suonando la quale aveva ottenuto la possibilità di riportare Euridice fra i vivi, mentre con la destra tocca la mano di Euridice, posta sulla sua spalla. Quest’ultimo è un dettaglio fondamentale, dal momento che l’atto di toccare la spalla del marito era parte dell’iconografia romana del matrimonio. Ma è Euridice il personaggio che richiama più da vicino il rito nuziale: ella infatti è vestita con un peplo e ha svelato il proprio volto, atto tipico delle spose. Amore e morte, quindi, si fondono inscindibilmente nella medesima composizione.
Come abbiamo già detto, però, il bassorilievo ha una particolarità: rispetto alla copia conservata al Louvre, la copia napoletana conserva la corretta interpretazione dei personaggi, i cui nomi sono scritti al di sopra delle loro teste. Uno soltanto fa eccezione: il nome di Orfeo è scritto al contrario, proprio come ad uno specchio. Risuonano qui le parole di Jean Cocteau: lo specchio è la porta d’accesso all’Ade.
Sono le parole che con un balzo di duemila e cinquecento anni portano il bassorilievo nella contemporaneità, al Madre, nel Museo d’Arte contemporanea napoletano, nella sala dedicata a Rebecca Horn in cui troviamo “la capuzzella” e lo specchio.

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Foto: Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Bassorilievo di Orfeo ed Euridice, particolare

La rappresentazione della morte a Napoli – un saggio a puntate -n.5

Puntata n.5

IL DARK NAPOLETANO:

Oggi in molti luoghi, in particolare in quelli di forte impatto turistico, la morte viene proposta secondo gli stereotipi che caratterizzano la religiosità napoletana, a volte quello magico, altre volte quello pagano e superstizioso. Quei tratti cioè che, uniti alla spontaneità e al colore dei ceti popolari, formano la cosiddetta napoletanità.
Noi con la nostra ricerca vogliamo andare oltre lo stereotipo che caratterizza il dibattito sul rapporto tra fede, paganesimo e superstizione, per cogliere i due tratti caratteristici del dark napoletano.
Il primo tratto viene dall’arco temporale di rappresentazione della morte che viene proposto: dal lago d’Averno, ritenuto da Virgilio l’ingresso nell’Ade, l’aldilà della civiltà greco romana, fino al Museo d’arte contemporanea con la sala dedicata alle “capuzzelle dietro lo specchio” di Rebecca Horn. Ciò è possibile grazie a due eventi: la scoperta di Pompei, che caratterizzò la storia delle arti figurative con la nascita dell’arte neoclassica e la decisione di Ferdinando I di trasferire a Napoli la collezione, di proprietà dei Borboni, che si trovava a Roma nel palazzo Farnese. Il Museo Archeologico presenta opere uniche fondanti i diversi aspetti che caratterizzano la rappresentazione della morte in Occidente: la bella morte, cioè la morte degli eroi, con le statue dell’Ercole Farnese e di Achille; il dolore per la perdita dell’altro con il bassorilievo di Orfeo ed Euridice; il “memento mori”, il “ricordati che devi morire” con il mosaico del teschio, caratterizzato dalla presenza dell’orecchio. Manca solo la buona morte, ma questo è un tema che verrà introdotto dal Cristianesimo.
Nella cosiddetta monumentomania dell’Ottocento a Napoli è forte il richiamo alle opere dell’antichità, al cimitero di Poggioreale, come al cimitero delle Fontanelle, ma a noi piace fare riferimento alla perdita dell’altro nel Monumento Vonwiller del cimitero acattolico napoletano che, richiamandosi esplicitamente al bassorilievo di Orfeo ed Euridice, esprime quella nostalgia dell’antico che caratterizza la morte romantica, molto sentita dalla cultura del nord Europa. Il confronto tra il monumento della famiglia di questi imprenditori svizzeri nella sezione acattolica del cimitero monumentale di Milano e quello del cimitero acattolico di Napoli evidenzia l’incidenza dell’antico nella rappresentazione della morte a Napoli.
Il secondo tratto caratterizzante la rappresentazione della morte a Napoli è che qui non ci sono siti inquietanti e leggende nere. I tratti tipici del dark: i toni scuri, le auree gotiche e le tematiche depressive sono estranei alla città. Il Thanatos tourism napoletano non è fatto di orrore e quindi qui non abbiamo le danze macabre, il trionfo della morte, il bestiario medievale e le cripte decorate con le ossa che caratterizzano la rappresentazione della morte in altre parti d’Italia e nel Nord d’Europa. Ovviamente anche qui ci sono stati episodi con queste caratteristiche, ma sono stati marginali e transitori. Si potrebbe ironicamente aggiungere ”che il napoletano sia più pagano e superstizioso di altri popoli è discutibile, ma sicuramente non ha bruciato streghe”.
A Napoli vi sono luoghi come il cimitero delle Fontanelle in cui il macabro sfuma in una moderna rappresentazione del mistero della morte intrisa di un’antica e spettacolare spiritualità, o come la basilica di Santa Maria della Sanità dove c’è una originale e suggestiva strutturazione del rapporto tra la cripta, il luogo della sepoltura e la chiesa.
E poi ci sono l’umanità e l’ironia. Come non ricordare le poesie sulla morte e sull’aldilà di Totò, di Eduardo De Filippo e di Salvatore Di Giacomo o leggende come quella del Monaciello.

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Foto: Cimitero delle Fontanelle – Chiesa alla Sanità – Monumento Vonwiller

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n. 4

Puntata n.4

IL NUOVO NELLA RAPPRESENTAZIONE DELLA MORTE A NAPOLI:

Oggi possiamo dire che oltre alla visione tradizionale del Grand Tour c’è sicuramente qualcosa di nuovo. Napoli Sotterranea, il Tunnel Borbonico, la chiesa di Purgatorio ad Arco, la cappella San Severo, il cimitero delle Fontanelle sono i luoghi più famosi di una nuova realtà sconosciuta ai viaggiatori dei secoli scorsi.
Il nuovo non è solo nel viaggiatore del nord Europa e nell’offerta turistica, è anche nella cultura napoletana. “I temi della vita e della morte sono centrali a Napoli, una città che è capace di adottare le capuzzelle dei morti al Cimitero delle Fontanelle”. Così in una recente intervista il fotografo Antonio Biasucci, che già nel 1986 aveva realizzato uno dei suoi primi lavori proprio sul cimitero delle Fontanelle.
In occasione della presentazione di Deathaly, un’app di alcuni studenti della Apple Accademy, il Corriere del Mezzogiorno parla del “genius loci partenopeo, che è, com’è noto, anche misterico ed esoterico, grondante di storie e culti ancora pagani come quello delle capuzzelle”.
Un forte contributo al passaggio dalla visione del Grand Tour a quella attuale è stato dato da Rebecca Horn, prima con l’esposizione delle “capuzzelle” a piazza del Plebiscito nel Natale del 2002 e poi con la sala dedicata alle “capuzzelle” al Madre.
Questa innovazione la troviamo anche sparsa nei lavori di Mario Martone, di Enzo Moscato e di altri.
La produzione cinematografica aveva già incominciato a esprimere questa novità con Roberto Rossellini in “Viaggio in Italia” e lo consolida con Comencini in “Gomorra”. Il primo lega le immagini dei resti umani che emergono negli scavi di Pompei a quelle dei resti umani esposti al cimitero delle Fontanelle. È una sequenza di immagini che declina il tema della morte a Napoli secondo il paradigma del Gran Tour riletto alla luce neorealista di quella cultura popolare, fatta anche di innocenza e devozione, che domina nel secondo dopoguerra. Il secondo racconta di una riunione di camorristi nell’ipogeo di Purgatorio ad Arco in presenza alle anime del Purgatorio. Tutta la serie di Gomorra è intrisa di quel complicato rapporto tra morte, devozionismo e criminalità che c’è a Napoli.
All’antico tratto identitario dello “sterminator Vesevo”, come rappresentazione della morte, si sono dunque affiancate le “capuzzelle”, una specificità tutta napoletana del culto verso le anime del Purgatorio.
Si è affermata così negli anni un’operazione culturale che, con l’“invenzione della tradizione” delle capuzzelle, manifesta ancora una volta quello che è uno dei tratti caratteristici della storia della cultura napoletana, cioè la sua capacità di aprirsi al nuovo, in questo caso il fenomeno globale del dark tourism e del thanatos tourism, e di rielaborarlo in forme spesso originali.
C’è dunque un dark napoletano. Cerchiamo di conoscerlo.
È un processo in corso di cui bisogna cogliere le potenzialità, ma anche i rischi.

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Le foto:

Madre Museo d’Arte contemporanea Donna Regina Napoli; Mostra di Robert Mapplethorpe in corso; sala Rebecca Horn; Gomorra Sky: l’incontro tra camorristi nell’ipogeo di Purgatorio ad Arco; un’illustrazione di Giovanni Lucarelli.

La Rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n. 3

Puntata n.3

LA STORIA INIZIA NEL MONDO ANTICO:

“Napoli mi ha ispirato per il senso della morte da cui è pervasa”, così affermava alcuni anni fa Gregor Schneider, in un’intervista a “La Repubblica” in occasione della sua mostra a Napoli alla Fondazione Morra Greco. Napoli una città pervasa dal senso della morte?
L’artista tedesco in quegli anni era impegnato in ricerche e polemiche sulle sue provocatorie proposte di rappresentazione della morte: “Non c’è nulla di perverso in una persona che muore in una galleria d’arte”. La sua affermazione rappresentava un’altra tappa del tradizionale rapporto dei viaggiatori del nord Europa con Napoli o era qualcosa di nuovo? La sensibilità dell’artista coglieva un elemento autentico della realtà napoletana o eravamo soltanto nel mercato delle opere d’arte? L’affermazione appariva un’originale provocazione pubblicitaria della sua mostra, ma in realtà poneva anche diversi interrogativi.
Quello principale riguardava un tratto da tutti riconosciuto costitutivo dell’identità di Napoli nei secoli: il legame tra la spettacolare bellezza del Golfo e la forza sterminatrice del Vesuvio, un paesaggio in cui la natura e l’uomo esprimono l’antico tema del rapporto tra “l’amore per la vita e il senso della morte”. Le pagine in cui Goethe descrive l’eruzione notturna del Vesuvio vista da un balcone di palazzo reale spalancato sul Golfo sono memorabili.
Le mostre di Judith Hopf nel 2013 e di J Armleder nel 2018 al MADRE ci dicono che ancora oggi siamo innanzitutto di fronte ad una versione contemporanea del Grand Tour.
Nella presentazione di Hopf si parla genericamente “di una personale interpretazione della tradizione culturale di Napoli, in cui la celebrazione della vita e l’accettazione della morte coesistono come facce della stessa medaglia”. Nella presentazione di Armleder il rapporto con l’antico è esplicito: nella mostra sono infatti presentati “un cervello in vetro e un teschio-specchio che, con alcuni frammenti di affreschi provenienti dalla Villa di Poppea a Oplontis, ricostruiscono quella dinamica fra vita e morte che permea la cultura partenopea”.
Un legame con l’antichità che non appartiene solo agli stranieri ma anche a tanti italiani. Basterà un solo riferimento, quello a Curzio Malaparte che nel suo romanzo “La pelle” afferma che “Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta”.

(in video: una scena ambientata a Pompei dal film di Rossellini del 1953 “Viaggio in Italia”)

La rappresentazione della morte a Napoli – Un saggio a puntate – n. 2

Puntata n.2

L’ITINERARIO TURISTICO:

L’itinerario turistico parte dal Museo archeologico e arriva al Museo d’arte contemporanea. Siamo entrati in chiese medievali, rinascimentali e barocche. Abbiamo percorso strade con antichi teschi di bronzo, di marmo e di pietra; nuovi teschi li abbiamo visti nelle vetrine dei pub e dei negozi di abbigliamento, in immagini della street art. Siamo saliti infine per le scale del palazzo de Liguori di Presicce nel Rione Sanità per vedere come il nostro tema è stato ed è vissuto anche in spazi privati.
Il nostro racconto è centrato sulle arti figurative, con qualche puntata nella letteratura e nel cinema.
In maniera incidentale parliamo anche della storia delle sepolture, che a Napoli presenta una straordinaria testimonianza di lunga durata che scorre lungo duemilacinquecento anni di storia, dagli ipogei ellenistici fino al ritorno, con l’affermarsi del rito funebre della cremazione, delle urne cinerarie nella cripta della chiesa della Sanità. Anche alle reliquie, tema importante in tutte le realtà cattoliche, dedichiamo solo un passaggio per sottolineare come la santità di cui esse sono espressione si collochi all’interno di scelte di vita che portano alla sconfitta della morte e all’eternità. E infine non parliamo delle letture esoteriche che riteniamo marginali nella cultura napoletana.
Abbiamo affrontato l’itinerario ben consapevoli che il tema della morte e del morire è eterno e sterminato. Come ogni epoca ha vissuto il tempo dell’individuo ha infinite sfaccettature: innanzitutto religiose e poi filosofiche, antropologiche, storiche, artistiche e letterarie, alcune di stringente attualità come quelle sull’eutanasia e sul testamento biologico. Siamo dentro il dibattito su come la nostra epoca vive la morte caratterizzato, secondo alcuni, dalla cosiddetta rimozione della morte dalla sfera pubblica e, secondo altri, dalla dirompente novità dell’irruzione della scienza nel morire. Comunque una cosa è certa, qualche decennio fa un itinerario turistico sulla rappresentazione della morte a Napoli, come altrove, sarebbe stato impensabile.

Foto: Locandina del seminario di IRIS Fontanelle a Itacà

Vi aspettiamo venerdì prossimo, l’argomento lo sveleremo martedì…

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