Istituto di Ricerca Storica e Documentazione sul lavoro e sulla religiosità a Napoli

Archivi mensili per aprile, 2016

Intervista a padre Evaristo Gervasoni

Per il documento del mese, maggio 2016, pubblichiamo l’intervista di padre Evaristo Gervasoni, parroco delle Fontanelle per circa trenta anni e fino al dicembre 2015, contenuta nella tesi di laurea di Tommaso Battimiello, che sarà pubblicata prossimamente, nella collana Studi e Ricerche di Iris Fondanelle, presso l’editore Dante&Descartes. L’intervista è stata rilasciata nel novembre 2015.

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In che anno lei è arrivato alle Fontanelle?

Ottobre 1985

Quali sono state le sue impressioni quando è arrivato alle Fontanelle? Lei sacerdote lombardo, appartenente ad un ordine religioso, i monfortani, che hanno una spiritualità accentuatamente teocentrica in una parrocchia così densa di significato per il devozionismo napoletano?

Innanzitutto la spiritualità monfortana è centrata su Gesù Cristo Sapienza incarnata, al Quale conduce proprio la devozione Mariana, che, quando è vera, è interiore, tenera, santa, costante, disinteressata. Al contrario dei falsi devoti che sono “ critici, scrupolosi, esteriori, presuntuosi, incostanti, ipocriti, interessati”.

Non disdegna quindi la devozione popolare, ma la orienta a Cristo.

Ciò detto, non è stato assolutamente questo il problema nel mio impatto con la parrocchia delle Fontanelle. Il popolo napolatano è molto più saggio e anche disincantato di come lo si voglia rappresentare.

Può descrivere la situazione che ha trovato nell’Ossario e quella del culto?

L’ossario era gestito dalla parrocchia in quanto l’unica entrata passava per la sagrestia. Veniva aperto ogni domenica mattina dal “maresciallo”, che vendeva i lumini per i devoti, in modo molto sobrio. Il grosso lavoro di regolamentazione era già stato fatto dal parroco Renato de Simone. Il cimitero era tenuto pulito e in ordine da giovani della parrocchia. Dopo la Santa Messa i devoti, pochi, scendevano nel cimitero. C’era ancora l’usanza di adottare dei teschi ponendoli in piccole teche, ma molto, molto sporadica. PER LO Più SI LIMITAVANO AD ACCENDERE I LUMINI in modo molto sobrio. La cosa che ho subito impedito è stata l’adozione dei teschi e in seguito anche la vendita dei lumini, in quanto una mattina ho trovato che aveva preso fuoco un angolo con transenne di legno.

Chi era il “maresciallo”?

Un anziano, appunto maresciallo in pensione, devotissimo di “quelle anime”, dalle quali diceva essere stato miracolato. Aveva un rapporto confidenziale e sosteneva di vederle in sogno e di parlarci. Persona onestissima che faceva tutto con assoluta gratuità. Quello che ricavava dai lumini lo consegnava mensilmente alla parrocchia.

Quando e perché il cimitero è stato chiuso?

Il cimitero era stato chiuso al culto dal card. Ursi con decreto. E’ stato letteralmente chiuso se ricordo bene verso il 97-98, perché si era staccata una enorme scaglia di tufo dal soffitto all’entrata della prima cava, quella che serviva come cappella prima che costruissero la Chiesa.

Qual è la principale differenza fra ieri e oggi?

Dal punto di vista logistico fanno la differenza i grandi lavori di messa in sicurezza e risistemazione. Parliamo di miliardi di lire. La struttura rimane comunque identica. E’ stato soltanto abbattuto il muretto che separava la grotta adibita a chiesa dalla cava parallela e che era stato fatto costruire da p. Renato proprio per delimitare la “chiesa” stessa e regolamentare le visite. Si entrava dalla sagrestia e si accedeva alla “cappella” passando per la strettoia tra monte e chiesa. Dal punto di vista dei visitatori forse prima aveva un carattere quasi spettrale, dovuto anche alla quasi oscurità, ma conservava maggiormente un alone di mistero e venerazione. I frequentatori abituali erano i devoti. Oggi è impostato sull’aspetto turistico, quasi spettacolo. Si sta cominciando a notare trascuratezza. I visitatori sono turisti.

Il Vaticano II è un ritorno a Cristo e alla parola di Dio, una nuova evangelizzazione anche delle pratiche cattoliche. Giovanni Paolo II, dal canto suo, riporta l’attenzione sull’importanza delle tradizioni. Quale la strada da percorrere fra queste due tensioni? Qual è l’esperienza che state facendo voi ora alle Fontanelle?

La strada da percorrere è evangelizzare attraverso tutto ciò che è umano, che appartiene alla vita dell’uomo. Quindi anche evangelizzare la morte.

Alle Fontanelle dal nucleo preesistente di “I Care”, sorto come volontariato a servizio delle visite al cimitero gìà prima di maggio dei monumenti, ma con lo scopo anche di valorizzare il territorio delle Fontanelle, gli “angoli di natura” che ancora ci sono, si è passati a IRIS, associazione autonoma, che ha un obiettivo ambizioso e lungimirante: restituire – attraverso ricerche d’archivio, ricostruzioni documentate, confronto con altre realtà, collegamento con altri enti – dignità a questo e altri luoghi, verità storica, ma soprattutto al popolo napoletano troppo spesso presentato come folcloristico, portatore quasi di sottocultura, causa di arretratezza.

Il vero problema che fa soffrire il popolo è una proposta politica non all’altezza e la presenza camorristica che tiene in ostaggio interi quartieri.

Qual è stato durante tutti questi anni il suo rapporto con i credenti del culto del Purgatorio?

Non c’è stato un rapporto con i fedeli del culto del purgatorio, anche perché questo culto non l’ho trovato. Ho trovato solo devozione privata, fai da te. Tra questi devoti c’erano motivazioni diverse: ricerca di un fidanzato o problemi legati al fidanzamento, richiesta di grazie le più svariate, sogni particolari, probabilmente anche sporadici casi di gente mandata qui da fattucchiere, ma per lo più motivi di gratitudine e venerazione. Si contano sulle dita di una mano, o poco più, le persone che in trent’anni mi hanno chiesto di celebrare una messa per le anime abbandonate. Perché queste erano viste anche come le anime abbandonate, non avendo una loro tomba. C’era stata sicuramente una congregazione delle anime del purgatorio, ma non ho conosciuto nessun membro.

Quale futuro vede per il cimitero?

Ora il cimitero è considerato un monumento. Il rischio è che venga fatto passare per monumento della superstizione napoletana o di una discutibile prassi e teologia cattolica. La possibilità è che si riscopra il genuino rapporto con la morte, ma anche con la continuità dopo la morte, propria dell’animo popolare; oltre al senso profondo della dignità della morte stessa e dei morti.

Quale futuro per il culto e la devozione delle anime del Purgatorio?

Va di pari passo con la riscoperta della fede cristiana nella risurrezione e con la vicinanza alle gioie, alle speranze, ai dolori e alle angosce del popolo. Allora ogni rappresentazione che rischia sempre lo spettrale e il macabro sarà superata.

Avete mai preso in considerazione l’ipotesi di seppellire tutti i resti?

Ho sempre pensato che sarebbe la cosa da fare proprio nei confronti di questi resti mortali di persone.

Ma questo non dipende da me e, allo stato, mi sembra assurdo. Purtroppo!

Nella foto il 2 novembre 2014 al cimitero delle Fontanelle. Padre Evaristo è accanto a monsignor Gennaro Acampa.

Michele Campanella e Maurizio De Giovanni al cimitero delle Fontanelle

Ieri è stata una giornata importante per noi di Iris Fontanelle. La Parrocchia e il Comune ci hanno chiesto di dare una mano non solo all’organizzazione dell’evento, che ha visto Michele Campanella e Maurizio De Giovanni protagonisti di una bella giornata, ma anche di illustrare brevemente la storia dell’Ossario. Li ringraziamo.
Ho cosi parlato della nostra associazione e della storia del cimitero.
Ad un certo punto Nino Daniele, l’assessore che presiedeva l’incontro, mi ha chiesto di chiudere l’intervento ed io ho subito aderito alla sua richiesta, in quanto ero andato oltre i limiti di tempo che ci eravamo dati.
Ciò che però mi ha colpito è stato che, sceso dal palco, Antonella Cristiani, la curatrice della nostra linea editoriale, mi ha indicato una signora che aveva commentato l’interruzione dell’assessore dicendo: “ io avrei continuato a sentirlo con piacere” e, indicandomi la signora, le ha regalato compiaciuta una delle nostre pubblicazioni.
Io poi mi sono allontanato dal palco per seguire alcuni aspetti organizzativi dell’evento e altre persone si sono avvicinate a me e agli altri soci di Iris presenti e hanno manifestato il loro interesse per il nostro lavoro di ricostruzione storica, che dimostra perché l’interpretazione del cimitero delle Fontanelle, come un momento di autonomia e di contrapposizione degli strati popolari alla chiesa istituzione, sia priva di fondamento e come, invece, il luogo rappresenti un momento della complicata storia della contrapposizione della chiesa napoletana alla modernità negli ultimi due secoli.
In questa luce, l’interruzione dell’assessore invita alla riflessione e ad andare avanti, perché ha certo raccolto l’umore di alcuni, smaniosi di sentire Campanella e De Giovanni e , giustamente, non me, ma non ha colto anche l’interesse che c’era in un’altra parte del pubblico ad una storia diversa, e documentata, da quella che enfatizza il cimitero come simbolo della superstizione e del paganesimo del popolo napoletano, il paradigma della cultura popolare.
Anche l’articolo di Carlo Franco, che abbiamo pubblicato sulla nostra pagina Fb, parla di “ spettatori … ancora capaci di rispondere al richiamo ancestrale della cultura popolare, … in qualche modo rincuorati dalla “presenza” delle quarantamila anime “pezzentelle”, cioè senza nome e senza affetti”.
Come dire che l’anomalia napoletana è data non tanto da quello che dicono gli altri sui napoletani, ma dalla pigrizia della città, incapace di andare oltre gli stereotipi. Questione antica che si ripropone oggi di fronte alla domanda nuova di identità, e quindi di storia, che a Napoli è dirompente. E quando poi lo stereotipo romantico della cultura popolare diventa il brand decisivo per l’affermazione del turismo a Napoli, la frittata è ancora una volta fatta.

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